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Bambini

Le frustrazioni che aiutano a crescere


La frustrazione è il sentimento che il bambino prova quando non trova risposta ai suoi desideri. Anche se nel linguaggio comune questa parola evoca valenze negative, nel percorso evolutivo del bambino la frustrazione è un’esperienza indispensabile e fondamentale per lo sviluppo del suo apparato psichico e per la formazione di una personalità autonoma.

 

Attraverso il naturale meccanismo della frustrazione, infatti, il bambino, fin dai primi mesi di vita, è stimolato a diventare attivo, a sviluppare la percezione, a intraprendere il lungo cammino verso la separazione dalla madre.

 

Le prime frustrazioni che il bambino incontra appena nato sono quelle legate allo stimolo della fame. Il bambino affamato si risveglia dal lungo sonno e piange. Il suo bisogno non viene soddisfatto immediatamente, come avveniva null’utero materno; è proprio durante il ciclo naturale della nutrizione che nasce il senso di disagio e impotenza.

 

Dopo i primi mesi, nel momento frustrante dell’attesa e quello in cui viene soddisfatto lo stimolo della fame, il bambino comincia a inserire i primi pensieri, le prime fantasie e inizia a fare quei giochi con le manine o con la coperta, che gli permettono di sopportare la frustrazione.

 

Come comportarsi?

 

Su questo terreno si inserisce il delicato ruolo dell’educazione che, da un lato deve tenere conto dell’importanza della frustrazione per lo sviluppo psicologico del bambino, ma dall’altro deve contenere il disagio che il bambino vive senza trasformarsi in un trauma.

 

  1. È importante, quindi, che nei primi mesi la madre non entri in ansia soddisfacendo o addirittura prevenendo tutte le richieste del neonato, in quanto questo comportamento ostacolerebbe lo sviluppo delle capacità del bambino di separarsi da lei.
     
  2. È però altrettanto importante che la madre sia sollecita e attenta alle esigenze fondamentali del neonato. Lasciarlo piangere troppo a lungo, nell’intento di un assurdo processo educativo, può servire ad abituare il piccolo al silenzio, ma è un silenzio carico di angoscia e di sfiducia.

 

Con il passare del tempo l’educazione deve confermarsi su questa posizione senza cedimenti verso una pericolosa permissività, ma anche senza atteggiamenti inutilmente severi. Se i genitori invece di assecondare ogni richiesta del bambino indiscriminatamente, per paura di farlo soffrire, lo abitueranno ai divieti, ai piccoli rinvii, ad accogliere le spiegazioni di un “no”, lo aiuteranno a raggiungere quel grado di autonomia indispensabili a sviluppare un sano rapporto con il mondo esterno.

 

Dott.ssa Giorgia Penserini - Psicologa

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Vuoi saperne di più sul benessere del bambino? Leggi:  Quando togliere il ciuccio? - Asilo nido: a che età?

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