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La regola dei 5 secondi funziona?


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Articolo scritto il 18-03-2014.



In tempo di crisi non si butta via niente, neanche il cibo caduto per terra purché venga però recuperato entro i primi cinque ticchettii di lancetta, o almeno così dice la regola dei 5 secondi. Come mai questo tempo limite? Perché secondo questa regola, tra l’altro mai scritta, la superficie del cibo finito per terra avrebbe 5 secondi di tempo a disposizione prima di essere infestata dai batteri. Ma sarà poi vero, soprattutto in termini scientifici? Insomma.

Sebbene le ricerche scientifiche a riguardo non manchino, è difficile sostenere la validità della sopraccitata regola e il motivo è presto detto: non esistono risultati attendibili in grado di avvalorare la tesi di partenza, o quantomeno mancano risultanti concordanti. Mi spiego meglio.



In generale la cosiddetta regola dei 5 secondi parrebbe letteralmente campata per aria, mentre nello specifico, e cioè facendo una necessaria distinzione tra diversi tipi di cibi, batteri e superfici, tale regola potrebbe avere invece qualche fondamento.



Tra gli studi in sfavore della regola dei 5 secondi spicca quello della ricercatrice americana Jillian Clarke, datato 2003. Da questa ricerca, che le è valsa anche il premio Ig Nobel del 2004, è infatti emerso che per contaminare il cibo caduto su una superficie infestata dal batterio Escherichia coli bastava, in realtà, anche una fugace esposizione. Qualche anno più tardi un altro scienziato americano, Paul Dawson, sfatò nuovamente l’ormai nota regoletta. Dawson riuscì, infatti, a dimostrare che al batterio della salmonella bastava invece solo un secondo per infettare il cibo caduto per terra.



Poiché però le certezze incontrovertibili sono rare anche nel mondo della scienza, capita che una nuova ricerca metta in dubbio l’accertata infondatezza della regola dei 5 secondi. Infatti, uno studio recentissimo dei ricercatori della Aston University ha dimostrato che il fattore tempo nell’esposizione del cibo finito in terra è estremamente importante, così come il tipo di superficie. Dagli esperimenti realizzati con diversi cibi e su differenti superfici è emerso che il tempo di trasferimento sul cibo dei batteri Escherichia coli e stafilococco aureo si aggira tra i 3 e i 30 secondi, e che è nettamente più lento quando il cibo in questione è un biscotto o un qualsiasi altro alimento secco e quando la superficie è invece un tappeto o una moquette.



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Naturalmente questo studio, non ancora pubblicato su una rivista scientifica, probabilmente per una questione di prudenza, non avvalora la regola dei cinque secondi ma, al tempo stesso, non la sconfessa neanche del tutto. Anzi le dà un pizzico di credibilità in più confermando l’esistenza di un reale legame tra il tempo in cui il cibo sta a contatto con il suolo e il rischio di contaminazione. Ciò non toglie però che – come spiegato da uno dei responsabili della ricerca, il professore di microbiologia Anthony Hilton – il consumo di cibo caduto per terra comporti un rischio di infezione, sempre da non sottovalutare, indipendentemente dalla tempistica e dal tipo di superficie.



Tuttavia, dopo quanto emerso da quest’ultimo studio, c’è da giurarci che i seguaci della regola dei cinque secondi, forti pure del fatto che non siano mai pervenute notizie di morti per intossicazione a seguito dell’applicazione della suddetta regola, avranno presto nuovi compagni d’avventura pronti a sposare la causa secondo cui in tempo di crisi è corretto bandire gli sprechi alimentari. Non a caso da un sondaggio fatto dagli stessi autori della ricerca emerge che l’87% degli intervistati, posto che non l’abbia già fatto, sarebbe disposto a mangiare del cibo caduto sul pavimento.



Detto ciò: la regola dei 5 secondi funziona, sì o no? Né sì, né no, meglio ni, poiché è possibile constatarne una parzialissima e specifica, in quanto legata a determinati casi, attendibilità, ricordando però che il buon senso e le buone maniere invitano a raccogliere il cibo da terra al solo scopo di gettarlo nella spazzatura. Dunque a voi la scelta!



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