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Il carattere dei bambini: genetica o educazione?


Quanto c’è di innato, dipendente cioè dall’ereditarietà genetica, e quanto invece influiscono i fattori ambientali nella formazione del carattere di un bambino?

 

È questo il primo interrogativo che i genitori si pongono di fronte all’osservazione di un particolare modo di comportarsi del figlio, di quel temperamento specifico che porta a classificare il bambino “timido” o “esuberante”, “aggressivo” o “docile”. L’introversione e l’estroversione sono caratteristiche che si ereditano con il resto del bagaglio genetico o si apprendono dal contesto familiare, dal comportamento dei genitori, dal tipo di educazione ricevuta?

 

Sicuramente la risposta più completa a questo quesito è quella che tiene conto del concorso di fattori genetici e ambientali nella formazione del carattere a partire non solo dalla nascita, ma già dalla vita intrauterina.

 

Il modo, infatti, in cui la madre ha vissuto la sua gravidanza e i sentimenti, positivi o conflittuali, sereni o ansiosi, con cui ha affrontato la futura nascita sono esperienze “esterne” destinate a influenzare in parte il carattere del piccolo.


Appena viene al mondo, il bambino mostra di avere già una sua personalità: mangia, dorme, piange come gli altri neonati, ma il modo in cui compie queste azioni è unico e appartiene soltanto a lui. C’è il tipo tranquillo, che di fronte allo stimolo della fame manifesta un pacato disagio, e quello più agitato che strilla al primo fastidio. Queste prime espressioni del temperamento sono proprio quelle che sicuramente il piccolo eredita insieme al colore degli occhi o dei capelli.

 

Su questa struttura di base intervengono poi i fattori ambientali che possono potenziare quella particolare indole o frenare altri aspetti della personalità.

 

Il temperamento del bambino, infatti, evolve in una personalità equilibrata, completa e aperta se i genitori riescono a individuare e accettare, fin dall’inizio, la sua indole, stimolandone gli aspetti più originali e più autentici.

 

Al contrario, il bambino che è costretto a rispondere alle aspettative dei genitori, anche quando contrastano profondamente con la sua personalità, che non è capito e accettato nella sua diversità, che non viene visto per quello che è, ma per quello che dovrebbe essere, non riuscirà facilmente a prendere coscienza di sé e delle sua attitudini. Nella continua rincorsa a compiacere i desideri, detti e non detti, di un padre o di una madre che impongono la loro personalità, finirà con il perdere se stesso, con la sensazione che nulla di quello che fa gli appartiene veramente.

 

Dott.ssa Giorgia Penserini - Psicologa

 

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